
(Da Rold su www.ilsussidiario.net)
A dieci anni dalla morte si riparla di Bettino Craxi con toni di incredibile attualità. È come se il tempo si fosse fermato al 1992, l’anno di apertura dell’operazione “Mani pulite”, aperta e condotta dalla Procura di Milano, destinata a decretare la fine di cinque partiti democratici dell’Italia repubblicana e a costituire un’immaginaria, al momento (ma sono passati quasi vent’anni!), Seconda repubblica.
Il fatto è già per se stesso incredibile. Perché il dibattito che si è aperto in queste settimane su Craxi e il suo ruolo nella storia politica italiana non è caratterizzato da “nostalgia”, ma ancora adesso da una ricerca di verità per la stragrande maggioranza degli osservatori, oppure di reiterata condanna da parte di chi si è sempre opposto all’azione del leader socialista.
La considerazione migliore è stata ben illustrata in un recente fondo da Gianpaolo Pansa, quando sostiene che sarà la storia a vendicare Craxi. In effetti, anche se viviamo in un Paese di “finti smemorati” e anche se sono passati diversi anni, chi avrebbe mai immaginato solo alla fine degli anni Settanta che l’Unione Sovietica sarebbe presto collassata svelando tutte le sanguinose macerie del comunismo e il Muro di Berlino sarebbe crollato su se stesso? Chi avrebbe mai immaginato, ancora per tutti gli anni Ottanta, che l’Italia avesse bisogno di una grande riforma istituzionale? Chi avrebbe osato dire che la lentezza della giustizia italiana (chiedere a Calogero Mannino per diretta conoscenza) fosse un insulto allo stesso concetto di giustizia? E ancora, chi avrebbe mai potuto dire che il reticolato delle medie e piccole imprese italiane, innovative e internazionalizzate, erano un sistema efficiente e in linea con la modernità del mercato globale?
A porsi oggi queste domande non sono solo i socialisti che hanno accompagnato l’avventura umana e politica di Bettino Craxi, ma anche diversi esponenti di altra matrice culturale. Persino Ciriaco De Mita, il democristiano forse più ostile al leader socialista, si rifiuta sdegnosamente di ridurre la leadership craxiana a una vicenda giudiziaria e rende il giusto onore all’avversario di altri tempi.
È vero d’altronde che, in tutti questi anni, molti hanno compreso che l’iniziativa politica del leader del Psi stava interpretando profonde esigenze di innovazione e di maggiore libertà del Paese e che di fronte a lui c’era un fronte trasversale costituito da “conservatori a oltranza” di una realtà corporativa, ingessata e difesa ostinatamente da un intreccio tra “poteri economici finanziari forti”, con ampie aperture nei media, e un’opposizione di comodo, intrappolata nei suoi pregiudizi e nella sua decrepita ideologia.
Quando la ricerca storica si concentrerà sulla questione della vera lotta per il potere in Italia dal 1970 al 1990, si arriverà con tutta probabilità alla comprensione di quello che è avvenuto in questo Paese e anche ai rapporti internazionali che riguardano l’Italia e gli altri Paesi dell’Occidente, sia nel clima della “guerra fredda” sia nel dopo da affrontare, quando si coniò il nuovo periodo della “fine della storia”.
Che cosa aveva introdotto Craxi nella lotta di potere in Italia e nel meccanismo politico? Il “pupillo” di Pietro Nenni aveva preso in mano la “bandiera” dei riformisti, termine quest’ultimo che era un disvalore nella sinistra italiana. Aveva lentamente spostato un partito da posizioni massimaliste e subalterno al Pci verso un forza democratica di sinistra anticomunista così come era avvenuto in tutti partiti socialisti europei democratici. Aveva schierato il Psi non solo nell’Internazionale socialista europea ma anche, senza remora, nel campo militare occidentale. Aveva rilanciato il riformismo turatiano, il socialismo tricolore e garibaldino, il socialismo che non era una prerogativa marxista-leninista e tanto meno sovietica. Aveva rivalutato il socialismo-liberale dei fratelli Rosselli.
Non deve stupire il durissimo scontro tra Craxi e Berliguer in quegli anni, anche se c’erano canali di dialogo attraverso l’ala migliorista e amendoliana del Pci. Per comprendere lo scontro a sinistra tra Craxi e Berlinguer, basta andare a rileggere quello che Palmiro Togliatti scrisse su Turati, Treves e i Rosselli. Forse a quegli scritti si è ispirato Antonio Tatò, il guru segretario di Berlinguer quando dipingeva Craxi come un “avventuriero” e altro ancora.
Il fatto vero è che i comunisti, nella loro presunzione di egemonia a sinistra, potevano tollerare tutto tranne la presenza di una forza popolare che mettesse in discussione la loro ideologia e la loro strategia politica. E dall’altra parte del “blocco di potere trasversale”, si poteva accettare tutto, anche il massimalismo “lunare” e declamatorio (che non spostava nulla nei rapporti di potere) tranne che un leader risoluto ad attuare riforme e a “tagliare le unghie” a chi faceva affari nel mondo, a destra e a manca nello scacchiere internazionale.
Per avere una fotografia nitida dei protagonisti del “blocco trasversale” basta ripensare a due avvenimenti: la Biennale del dissenso, l’appoggio agli artisti dell’Est nel 1977 a Venezia promossa dai socialisti e boicottata dal Pci, dalla Cgil, dalla Fiat, dalla Snia e guardata con suprema diffidenza da grande parte della Dc; la battaglia sugli euromissili, con La Repubblica dell’ingegner De Benedetti che affiancava Pci e Urss. Per fortuna esistono gli archivi e le copie dei giornali dell’epoca.
Elencare tutti questi fatti che stanno diventando evidenze storiche, sembra comunque inutile per i detrattori di oggi e di ieri, per i patetici difensori dell’operazione “Mani pulite”, per i manifestanti comici contro “una strada per Craxi”. Lo “zoccolo duro” del giustizialismo difende la sua storia, difende il suo operato e si aggrappa al ritornello del finanziamento illecito, da cui, ovviamente, scarta con oculatezza tutto il sistema di illegalità del finanziamento illecito nella storia italiana, che riguardava tutti i partiti e un intero sistema, e soprattutto il finanziamento russo, continuo e rilevantissimo di cui ha goduto sempre il Pci. Non c’è da stupirsi del resto, l’Italia è l’unico Paese del mondo occidentale che non ha preso in considerazione l’archivio Mitrokhin nella sue implicazioni personali e finanziarie.
Ripetiamo: ha ragione Gianpaolo Pansa. La storia restituirà giustizia a Bettino Craxi. Se in quasi venti anni gli autori del “grande putiferio” sono continuamente sconfitti vuol dire che non hanno di certo convinto la maggioranza di questo Paese.
Bettino amava ripetere che le “bugie hanno la gambe corte” e l’ipocrisia è una strada contorta. Si pensi alla cascata di luoghi comuni che si sono sparsi in questi anni su Bettino Craxi, si pensi all’ipocrisia di dieci anni fa, quando si decise di fare un funerale di Stato a quello che ufficialmente si giudicava un latitante. E si tirino le dovute conseguenze.


Craxi è stato uno statista di alto livello; non ci sono dubbi sul fatto che ci siano stati luci ed ombre sul suo operato, ma ricordo che la perfezione non esiste in alcun campo. Craxi è stato il capro espiatorio di tutta la vicenda corruttiva della politica italiana; nessuno era esente da colpe. Certo non si può giustificare il Craxi \corrotto\, perché non si può giustificare la corruzione, ma che lui solo abbia pagato per tutti, non va altrettanto bene. Anch’io concordo che sarà la storia a fare giustizia.