(Luigi Amicone su Tempi)
Il 30 marzo scorso Roberto Formigoni ha compiuto 63 anni e ha iniziato la sua quarta legislatura dal suo ufficio in cima al nuovo, avveniristico palazzo della Regione Lombardia. Ci sono un paio di particolari che pare siano stati poco notati dalla batteria di commentatori che, a urne ancora calde, hanno gareggiato a conciliare la retorica del politico corretto con lo scorrettissimo fenomeno “lumbard” (ritenuto ora, dopo il suo dilagare nei territori del potere produttivo, economico e finanziario, molto ma molto più presentabile, borghese e, insieme, popolare).
Il primo particolare è l’elenco dei più votati nelle liste Pdl della Lombardia. Dove da Mario Sala (Milano) a Giancarlo Abelli (Pavia), da Raffaele Cattaneo (Varese) a Gianni Rossoni (Cremona), da Marcello Raimondi (Bergamo) a Mauro Parolini (Brescia), da Dario Bianchi (Como) a Stefano Carugo (Monza e Brianza), si scopre che tutti gli uomini del presidente si sono piazzati al primo posto (eccetto Carugo, secondo) in quasi tutte le province.
Il secondo particolare, decisamente più rilevante sul piano nazionale, è che in base ai dati del ministero dell’Interno Formigoni risulta essere stato eletto presidente con 2 milioni 704 mila e 57 voti, mentre la coalizione che lo sostiene ha ottenuto 2 milioni 479 mila e 368 voti. Dunque, a Formigoni sono andati 224.689 voti in più rispetto alla sua coalizione. 224.689 mila voti in più non sono interpretazioni o chiacchiere politologiche. Dimostrano che Formigoni è un valore aggiunto per il centrodestra.
Ora, uno può interpretare come gli pare la bella riconquista berlusconiana delle più popolose regioni, nonostante i due milioni e passa di voti in meno ottenuti dal Pdl rispetto alle elezioni europee del 2009 (per esempio, secondo Pierluigi Bersani tutto ciò sarebbe indice di «una controtendenza in corso», secondo l’Unità significherebbe che «l’Italia è un paese stanco»). Uno può arrampicarsi sui vetri che vuole (per esempio quel milione e passa di voti in meno alla Lega, sempre rispetto alle ultime europee) per decrittare l’avanzata trionfale delle armate di Umberto Bossi. Però, come si spiega l’avanzata formigoniana?
Come ha fatto il governatore a ribadire l’impresa cominciata quindici anni orsono e a incassare in quest’ultima tornata oltre 15 punti di percentuale in più rispetto alla prima, e per di più senza l’appoggio dell’Udc e di tutte le altre listarelle (da Sgarbi ai Pensionati di Fatuzzo) che gli si erano apparentate nelle elezioni del 2000 e del 2005? Come ha fatto Formigoni a ripetere l’exploit nonostante il forte astensionismo e l’entrata a gamba tesa di ben due sentenze della Corte d’Appello che volevano tenerlo fuori dalla competizione? Certo, quelle sentenze sono state poi ribaltate dal Tar, ma intanto la campagna elettorale languiva nella rissa e si riduceva a dieci giorni smilzi (e non senza «il sedimento negativo e amaro delle polemiche, che certo non ci ha favorito», dice Formigoni).
Quando tutto è cominciato
Possibile che in quindici anni il Celeste sia riuscito a non perdere nemmeno un colpo e, anzi, a fare poker nella regione più sviluppata e moderna d’Italia, un politico cattolico e, per di più, “ciellino”, un “retrogrado”, uno che non frequenta il Grande Fratello, uno che non organizza Vaffa Day, non grida, non lamenta complotti, non si alza con il salmo della legalità in bocca, uno che non vuole la Ru486 né i registri delle unioni gay, che seppellisce ancora i feti umani… Insomma, ci siamo capiti, uno che nemmeno Berlusconi e Bossi possono spacciare come “uomo loro”?
Riavvolgiamo il film e riguardiamo in flashback il cammino politico di Roberto Formigoni. 31 marzo 1973. Il ragazzo, fresco di specialità in Filosofia alla Sorbona di Parigi, anima il battesimo pubblico di Comunione e Liberazione. Poi vola nei Paesi baschi a mettere l’unica faccia senza passamontagna – la sua – in una conferenza stampa dei separatisti di Euskadi Batasuna. In Spagna c’è ancora il cattolicissimo dittaore Francisco Franco e i dissidenti vengono ancora garrottati al modo in cui (2 marzo 1974) viene garrottato (cioè spezzandogli il collo) l’anarchico Puig Antich. In Italia c’è ancora la Dc. E Aldo Moro seduto nelle prime file al convegno ciellino del ’73. Formigoni non imbraccia il fucile di padre Camillo Torres. Ma non è nemmeno un effetto religioso del collateralismo dell’Azione Cattolica alla Dc. Formigoni è della scuola movimentista non violenta di don Luigi Giussani. Nel 1975 inventa il Movimento Popolare e nel 1978 tiene a battesimo Il Sabato. Sorgono politici e opere di ogni genere da un capo all’altro della penisola.
Uomo della preferenza
Nel 1984 sbarca in Europa con oltre 450 mila preferenze. I cattolici hanno già perso i due referendum epocali. Divorzio (1974). E aborto (1981). Eppure Formigoni è il politico del maggior partito della Prima Repubblica, la Dc, che ottiene il maggior numero di preferenze al Parlamento di Strasburgo. In quel primo straordinario successo dell’84 c’è già tutto il segreto del fenomeno venuto dalla stessa Lecco che nel 2010 negherà la poltrona di primo cittadino al lumbard ed ex ministro Roberto Castelli. Un segreto che non sono né i soldi né le tv. Né un partito-chiesa, né il processo di secolarizzazione che nel frattempo travolge l’Italia. Il segreto si chiama Movimento Popolare. Che per dirla con un’osservazione giussaniana del 1983, «non è nato con l’intuizione di far politica, non è nato con il progetto di prendere il potere. Tutto ciò che riguarda l’espressività umana, compreso il potere, compresa la politica in senso stretto, rientra in un desiderio di esperienza totale. Per noi il Movimento Popolare è nato secondo le parole del Papa: per creare una società più vera e più umana».
Mp. Non una Militante Politica. Ma un movimento. Popolare. Di amici. Tanti amici. Che come scrivevano i dissidenti dal carcere di Praga negli anni di Gulag e Guerra fredda, sono sempre stati abbastanza consapevoli del fatto che «una società migliore non viene automaticamente da un sistema – di leggi, idee, informazione… – migliore, ma da una vita migliore». Si capisce allora perché laici come Giovanni Testori o come Aldo Brandirali possano essere stati incrociati su questa traiettoria di una vita migliore. Che prosegue anche all’indomani della fine di un mondo. Quello di Craxi, Forlani e Andreotti. Quello della Prima Repubblica e delle spoglie dell’ultima Dc. Per approdare poi, infine, nonostante i moniti di Norberto Bobbio (nostro appunto personale da una visita a casa del “papa” laico nel 1994: «Guai ai cattolici se aderiranno a Berlusconi») e di sicuro con l’ok di don Giussani, a Silvio Berlusconi. Nel 1995 Formigoni sposa la causa di Forza Italia e vince da re la sua prima elezione in Lombardia. Seguono il famoso poker e il ventennio di governatorato che principia in questi giorni.
Quella del governatore è una storia di personalismo e di successo mondano-mediatico? O piuttosto un raro esempio dell’esatto contrario? Comunque si voglia rispondere alla domanda, resta il fatto di una longevità politica davvero singolare. Almeno in ambito cattolico, il “caso Formigoni” è comparabile solo al “caso Bindi”, presidentessa del Partito democratico e parlamentare di lungo corso. Ma che differenza tra il cattolicesimo popolare fedele al Soglio di Pietro e il “cattolicesimo democratico” su cui l’aggettivo antipapista “adulto” ha scritto la parola “fine” a una storia di Concilio Vaticano Secondo interpretato in chiave di resa al secolo. Resa che infine tradì pure l’ultimo grido di papa Paolo VI («Dov’è questo popolo di Dio, dov’è questa realtà etnica sui generis, questo popolo nel senso quasi razziale del termine. Dov’è? Dove lo si vede? Dove agisce? Non lo si vede più») e i cui protagonisti stanno disseminati come ossi di seppia sulla battigia della bassa marea di una sinistra che rischia di essere cannibalizzata da giustizialismi e zapaterismi.
Formigoni e il suo Movimento Popolare (mai sciolto, anche se formalmente Mp finì sotto le macerie di Prima Repubblica) hanno accettato tutte le sfide della competenza e degli studi necessari non soltanto per affrontare la modernità cangiante (e non certo per coltivare il “sogno”, “l’utopia” di salvare la Terra con qualche dossettismo mondiale). Ma per tradurre in una almeno decorosa pratica quotidiana la semplice – e pur così decisiva per migliorare la vita della gente italiana – amministrazione locale pubblica. Dietro Formigoni non ci sono spin doctor, canali televisivi o arcivescovi trionfanti (semmai la curia e il clero diocesano hanno da sempre un debole per il centrosinistra, come ha recentemente confessato l’arcivescovo emerito di Milano e cardinale Carlo Maria Martini e, last but not least, come ha dimostrato la bella elezione di Fabio Pizzul, direttore del circuito diocesano di Radio Marconi, primo eletto nel Pd della Lombardia).
Desiderio, non scelta religiosa
Però dietro Formigoni c’è un popolo. La presenza e il radicamento di un popolo che ha come ragione e aspirazione sociale quella dei cristiani di Diogneto, con quella loro particolare sensibilità laico-razionale e quel loro stigma a fare (o rifare) cristianesimo in ogni ambiente (a partire dalla concezione del proprio “io”).
Questa è la differenza sostanziale, storica, tra i quarant’anni della “scelta religiosa” di certo cattolicesimo e la “politica del desiderio” rappresentata dal lombardo Formigoni e affrescata in un indimenticabile (e unico nel suo genere) intervento di don Luigi Giussani agli stati generali della Dc di Ciriaco De Mita (1987). Quel Ciriaco De Mita che all’epoca dell’uscita giussaniana era l’uomo più potente d’Italia, incarnava il potere dello Stato e perciò era il favorito di quel particolare sistema di moralizzazione e redenzione nazionale che è sempre stata La Repubblica di Carlo De Benedetti. Quanto tempo è passato da che li chiamavano “i parà di Cristo” e, oggi, “sistema di potere”? I conti non tornano: è il popolo, la laica volontà popolare, non il Papa e lo Ior, a confermare lo scettro al Celeste Re di cuori della Lombardia.

