(Giorgio Israel su www.tempi.it)
L’ultima della serie l’abbiamo appresa dalle cronache. In un istituto scolastico di Leonessa (provincia di Rieti) comprendente scuola materna, elementare e media, la dirigente scolastica ha cancellato le festività natalizie, vietando qualsiasi addobbo che evochi anche lontanamente il Natale, per non offendere la sensibilità religiosa di tre bambini musulmani su cento alunni. Non intendo sprecare inchiostro sulla questione se sia sensato privare di una tradizione consolidata il 97 per cento delle famiglie con relativi bambini: qualsiasi persona dotata di un minimo di buon senso può rispondere da sola. Intendo piuttosto chiedere quando mai – una volta soltanto dal Dopoguerra a oggi – sia accaduto che tanta acutissima sensibilità per i fedeli musulmani si sia manifestata per i seguaci di altre religioni, in particolare per famiglie e bambini ebrei. Eppure, di certo, situazioni con percentuali analoghe si sono verificate. In genere – e posso dirlo con cognizione di causa – si sono risolte con reciproco buon senso e tolleranza.
Chi fa frequentare ai figli una scuola a maggioranza cattolica non può ragionevolmente pretendere la cancellazione di ogni riferimento religioso al Natale. Può chiedere certamente che non si imponga ai propri bambini la recitazione di preghiere o di poesie religiose e che essi siano liberi di non partecipare agli atti carichi di aspetti confessionali. Con una reciproca ragionevolezza le questioni si risolvono senza troppi problemi. Ma non si ricordano casi di dirigenti scolastici che, per garantire la sensibilità religiosa di una piccola minoranza, abbiano imposto la totale cancellazione del Natale, resistendo in modo ferreo alle richieste delle famiglie, del sindaco, della diocesi e persino – pare – della dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale.
Come mai proprio in questo caso si sente il bisogno di difendere con tanto implacabile rigore la libertà di pensiero e di religione? Paura? Dhimmitudine? Conformismo? Odio di sé? Il menu delle risposte è ampio ma nessuno può sensatamente includervi il semplice spirito di tolleranza. La tolleranza a corrente alternata non merita questo nome.
In realtà le manifestazioni di questo tipo s’iscrivono in una tendenza per cui tutti i simboli caratteristici della religiosità che appartiene alla tradizione europea debbono essere messi tra parentesi o addirittura nascosti, mentre quelli musulmani possono essere esibiti in piena libertà. È auspicato il ritorno dei culti cristiani nelle catacombe, mentre il divieto svizzero di costruire minareti è condannato come una manifestazione bestiale di razzismo. Il premier turco Erdogan – ovvero il rappresentante dell’islam più “moderato”, quello che dovrebbe portarci quasi ottanta milioni di musulmani in Europa – ha dichiarato: «I minareti sono le nostre baionette, le cupole i nostri caschi, le moschee le nostre caserme e i credenti il nostro esercito». Nessuno si è scandalizzato per simili dichiarazioni guerrafondaie. Anzi si trovano in abbondanza persone pronte a rifornire di viveri e munizioni l’esercito dei credenti, mentre proibiscono stelle di Natale e presepi come se si trattasse di materiale sovversivo. Il sindaco di Londra invita a digiunare durante il Ramadan per immedesimarsi nello spirito della religione musulmana. Ma il reciproco non deve valere. Secondo i dhimmi i bambini musulmani debbono essere preservati da ogni contatto anche lontano con altre fedi, mentre gli altri debbono essere educati alla cultura del “diverso”. E poi ci si chiede come mai anche in Italia un referendum sui minareti avrebbe lo stesso esito che in Svizzera.


Ma quale sarà il futuro che ci proporrà questa società??? E soprattutto, quale significato ha la parola TOLLERANZA e RISPETTO??? Certo che non si può rimanere impassibili davanti a tutto questo…
Io non condivido affatto la decisione di questo istituto scolastico perché il principio che deve passare è che gli stranieri che vengono, per qualsiasi motivo, in Italia vanno sicuramente accettati, rispettati, integrati ma questi ultimi devono accettare e rispettare la nostra identità cristiana.