(da www.tempi.it)
«Mi spiace, ma non sono d’accordo con quello che dice il segretario del vostro Partito democratico. Non è vero che il crocifisso è “un’antica tradizione che non offende nessuno”: Dracula si offende moltissimo davanti a un crocifisso; anche Regan, la ragazzina indemoniata de L’esorcista, si offende davvero parecchio. E personalmente conosco tantissima gente che reagisce come Regan quando si trova davanti a un crocifisso. Penso seriamente che siano indemoniati. Nella spiegazione di queste reazioni non dobbiamo affatto escludere l’interpretazione soprannaturale». L’amore per la provocazione e il gusto della battuta inattesa e urticante sono caratteristiche congenite di Juan Manuel De Prada tanto quanto la scrittura lussureggiante e la versatilità con cui passa da un genere all’altro. Cioè dalle novelle e dai romanzi agli articoli di giornale, collezionando sempre e comunque premi e riconoscimenti, cominciando nel 1997 con il ricchissimo premio Planeta per il romanzo La tempesta e finendo (ma solo per ora) col premio Biblioteca Breve per il racconto Il settimo velo. Già sono uscite tre raccolte delle sue rubriche scritte per il quotidiano Abc. L’ultima, La nueva tiranía. El sentido común frente al Mátrix progre (recensito anche dall’Osservatore Romano) contiene fra gli altri un commento sulla rimozione dei crocefissi dalle aule delle scuole spagnole per la sentenza di alcuni tribunali. Si legge a un certo punto: «Il laicismo pretende di spogliare di “senso” la trasmissione culturale della conoscenza, trasformandola in un semplice accumulo di dati sconnessi; per questo si impegna a sottrarre i crocefissi alla contemplazione degli studenti, perché alla luce del crocefisso i pezzetti della conoscenza si ricompongono, formano un amalgama che nutre di significato la vita e la Storia». «Non mi sorprende la sentenza della Corte di Strasburgo», commenta De Prada dentro un ufficio di Radio Cope a Madrid, subito dopo aver partecipato a una tavola rotonda radiofonica dell’emittente dei vescovi spagnoli. «Quello che succede in Spagna prima o poi succede anche fuori da questi confini. Quello che hanno deciso i giudici fa parte del processo di autodistruzione dell’Europa nella sua folle corsa verso il nulla. Rinnegare il crocifisso è rinnegare un simbolo religioso ma anche culturale. Senza la croce non si può capire la civiltà europea; se si toglie la croce crolla tutto e restano solo macerie. Ma il punto è che c’è qualcuno a cui interessa che sia così. Nell’articolo raccolto nel libro scrivevo anche: “quando noi spagnoli smetteremo di guardare a Colui che pende da quel legno, avremo cessato di sapere chi siamo e saremo pronti per diventare ciò che vorranno fare di noi”».
Atrocemente serio
Il non ancora quarantenne De Prada è approdato a queste posizioni al culmine di una storia personale che non è esattamente quella di un baciapile. Il suo primo libro di successo, scritto quando aveva ventiquattro anni, si intitolava nientemeno che Coños, che è il termine triviale con cui si indica l’organo sessuale femminile. Era la descrizione, «in bilico tra il lirico e il narrativo, tra il racconto e la poesia», come spiega una recensione all’edizione italiana, di una serie di, per l’appunto, coños. E un omaggio a Senos di Ramon Gomez de la Serna, che negli anni Venti fu grande anche nelle novelle erotiche. Del resto la continuità fra Gomez de la Serna e De Prada è anche fisiognomica. Si può rappresentare il secondo con le stesse parole con cui un critico letterario descrisse il primo: «Atrocemente serio, serio come si è nelle fotografie per tessera, con uno sguardo di sfida sotto la paraffa delle ciglia». La diatriba antilaicista e l’apologia del cristianesimo del De Prada odierno sono il risultato di una riscoperta della fede avvenuta attraverso amicizie, anche di livello episcopale, e culminata, a quanto dice lui stesso, in «una primavera romana che cambiò il corso della mia vita»: quella dei giorni successivi alla morte di Giovanni Paolo II, allorché decise definitivamente di aderire alla «“vecchia libertà” che è l’antidoto contro tutte le tirannie».
Dentro alla raccolta di colonne di giornale che è La nueva tiranía, nelle quali convivono polemica e introspezione, invettiva ed elegia, riflessione politica e divagazione artistica, corre il filo del pensiero forte di De Prada. Che si può riassumere così. Il Matrix progressista è un potere che trasforma capricci e interessi degli individui in “diritti” per poterli meglio asservire. Combatte ardentemente la Chiesa e la famiglia tradizionale perché esse affermano che l’uomo è spirito, ha una natura ed è immerso in rapporti vincolanti, mentre il Matrix ha bisogno di individui totalmente “svincolati” e “fisiologizzati” cioè ridotti alle proprie reazioni fisiologiche. Il Matrix nega l’esistenza di una natura umana, perché allora dovrebbe riconoscere i diritti inerenti a essa; dice invece che ciascuno può determinare da sé la propria natura, e poi si presenta come colui che graziosamente concede e soddisfa i diritti che ciascuno rivendica in base all’identità che si è scelto: in questo modo gli individui dipendono totalmente da lui e non si accorgono della condizione servile in cui sono stati ridotti. «Sì», dice a Tempi, «il tratto che differenzia l’attuale tirannia da tutte quelle del passato è che i suoi schiavi non si rendono conto della loro condizione di schiavitù, anzi credono di esser molto liberi. Perché il potere concede loro continuamente nuove libertà e nuovi diritti: a quella signora italo-finlandese ha concesso il diritto di togliere i crocefissi dalle aule dove studiano i suoi figli. Questa è l’esca, questa è la caramella che il potere lancia alle persone, questo è il motivo del suo grande successo: eleva i capricci, i desideri, gli interessi più egoisti al livello di diritti di cui garantisce il soddisfacimento». Ma tutto questo non c’entra nulla con gli autentici diritti umani. «Gli autentici diritti umani sono stati svuotati e sovvertiti, come si vede dal fatto che persino crimini gravi oggi diventano diritti: fra poche settimane in Spagna l’aborto sarà un diritto. Questo accade perché è stata negata l’esistenza di una comune natura umana. Il relativismo e l’ideologia di genere negano entrambi che esista. Ora, i diritti umani sono inerenti alla natura umana, si sprigionano da essa. Se non ce n’è più una diventano costruzioni politiche legate alla congiuntura del momento: si può trasformare il matrimonio in quel che si vuole, l’uccisione di un figlio in un diritto».
La destra politica, secondo De Prada, è perfettamente organica a questo ordine di cose. «La destra ha rinunciato ai suoi princìpi e ha accettato quelli della sinistra per sopravvivere nel contesto della modernità. E ciò è accaduto per l’astuzia della sinistra. Mi fanno ridere questi imbecilli della destra che festeggiano la caduta del Muro di Berlino come una sconfitta della sinistra. In realtà quest’ultima stava preparando la sua transizione vittoriosa da anni, almeno dal maggio 1968, e la caduta del Muro è stata un passaggio decisivo. La sinistra si era resa conto da tempo che il socialismo reale era un fallimento e che non si poteva distruggere il cristianesimo sostituendo i suoi dogmi con quelli del comunismo. Ha capito che bisognava introdurre il relativismo e l’edonismo e usare il capitalismo stesso per porre fine all’ordine cristiano. Il processo di metamorfosi della sinistra è stato molto intelligente: in cambio dell’accettazione del sistema economico capitalista ha imposto alla destra l’accettazione del suo ordine morale e sociale. La sinistra ha capito che quello che doveva fare era autentica ingegneria sociale, era snaturare le persone attraverso l’edonismo, il femminismo, il consumismo, il relativismo. La destra non ha capito cosa stava succedendo, e oggi si ritrova a essere il lacchè di questa sinistra post-socialismo reale. Sono sicuro che se torneranno al potere, non avranno il coraggio di cancellare le leggi anticristiane di Zapatero». La metamorfosi della sinistra spiega cambiamenti di linguaggio che sono cambiamenti concettuali, come la dismissione delle espressioni “popolo” e “popolare” per quelle di “cittadini” e “cittadinanza”. «La parola “popolo” è scomparsa perché il popolo era l’espressione naturale del sentire collettivo, ma oggi gli esseri umani non sentono più nulla da sé: sentono solo attraverso gli “inserti emozionali” che sono stati loro introdotti nella testa mediante l’ingegneria sociale. Perciò la gente pensa sulla base dei cliché ideologici progressisti. Sono persone che esistono solo perché il potere concede loro dei diritti politici, i diritti di cittadinanza. Cittadinanza significa: “Tu come tale non sei nulla, tu non detieni diritti che derivano dalla tua natura; tu sei un prodotto creato dal potere, dalla sua ingegneria sociale, e tutto quello che sei lo devi al potere”».
La tentazione del sociologismo
Se la situazione è questa, una parte della responsabilità ricade anche sulla Chiesa e sui cristiani. «Non c’è dubbio che i figli delle tenebre sono più astuti dei figli della luce e che detengono mezzi formidabili per sviluppare nel mondo il loro ordine anticristiano, ma è pure vero che il cristianesimo molto spesso si è convertito in moralismo, in sociologismo, e ha perso la sua caratteristica distintiva: la speranza. Perché ha smesso di guardare verso l’alto. Oggi l’ottanta per cento dei cattolici, secondo una certa inchiesta, non credono nella resurrezione della carne o non capiscono di cosa si tratti. Non sapere più cos’è la risurrezione della carne significa aver perso la speranza. Si sta compiendo l’ammonimento di Gesù: “Se il sale diventa insipido, con cosa gli si ridarà il suo sapore?”. Se la fede cessa di essere fede e diventa moralismo, ha tutto da perdere». Secondo De Prada la ricostruzione può venire solo dal basso, ma deve anche sfociare in un impegno politico attivo di grande portata. «Non sono d’accordo con chi dice che la politica è pragmatismo: i popoli sono mossi dalle grandi idee, i grandi princìpi muovono, cambiano, emozionano, indignano i popoli. Certo, i cambiamenti devono venire dal basso. Oggi la società è afflitta dall’individualismo, siamo tutti degli autistici seduti davanti al computer; occorre ricostruire il tessuto cellulare della società, i vincoli umani, ma questo popolo che risorge non può non combattere le grandi battaglie antropologiche. In questo senso la manifestazione del 17 ottobre contro la nuova legge abortista è un grande segno di speranza, mentre non è un bel segno che tutta quella gente si sentisse politicamente orfana: oggi non c’è nessun politico che difenda fino in fondo la posizione dei manifestanti del 17 ottobre».
L’arrendevolezza della destra e l’orfanità politica dei movimenti popolari che si oppongono alla deriva laicista incoraggiano l’offensiva anticristiana, ma non è la Spagna il terreno di combattimento decisivo: «La furia autodistruttiva qui da noi non è superiore a quella in azione in altri paesi europei. Certamente qui è all’opera un certo senso di rivincita laicista contro la Spagna figlia guerriera della cristianità, fulcro di imprese belliche e non belliche come la Controriforma e l’evangelizzazione delle Americhe. La Spagna è un pezzo importante della partita che si sta giocando. Ma la regina della partita è un’altra. È all’Italia che si vuole dare scacco matto».

