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La morte della vita artificiale

(Giorgio Israel su Tempi)
dollyÈ passato poco tempo e già il clamore sulla realizzazione della “vita artificiale” si è spento. Eppure i giornali avevano parlato a titoli di scatola di una svolta nella storia dell’umanità. Certo, dopo il primo botto mediatico si è capito che la realizzazione non era così epocale. Si era prelevato il materiale genetico di un batterio; quindi si erano selezionati nel micoplasma i geni necessari per le funzioni vitali, eliminando quelli “inutili”; si era aggiunto un cromosoma sintetico per poi introdurre il tutto in una cellula svuotata del suo Dna che così veniva controllata da un Dna parzialmente artificiale. Un tentativo senz’altro importante, ma essenzialmente manipolativo, una sorta di “meccano”, com’è stato efficacemente definito da uno scienziato pur favorevole a questo tipo di esperimenti. È un po’ avventato parlare di vita in relazione a un meccano sul Dna. Tornare indietro con la memoria fa capire il perché.
Viviamo in un’epoca dalla memoria labile, visto che nessuno sembra ricordare che pochi anni fa esplose una bolla mediatica colossale attorno a un evento oggi quasi dimenticato: la clonazione di un essere vivente, la famosa pecora Dolly. Eppure, a pensarci bene, produrre un animale del tutto uguale a quello di partenza con una semplice manipolazione genetica era un exploit di gran lunga più clamoroso della limitata manipolazione di Venter. In quest’ultimo caso si prospetta al più la possibilità di fabbricare batteri “operai” destinati a scopi ristretti, ma la via verso la fabbricazione di individui complessi, per non dire esseri umani, si staglia in un orizzonte indecifrabile.

Nel caso di Dolly, si era ottenuto in modo rapido e semplice un nuovo essere vivente. Sembrava derivarne la prospettiva concreta di clonare esseri umani, di produrre un “esercito di cloni” sul modello della fantascienza di Guerre Stellari. Conservo ancora nei miei scaffali alcuni dei libri che uscirono all’epoca, per esempio uno che uscì in Francia nel 1999 (Le clonage humain) che mobilitava illustri specialisti per analizzare le prospettive morali e sociali che si aprivano. L’antropologo Marc Augé paventava il ritorno all’origine mitica dell’umanità, al “cuore delle tenebre” di Conrad, alla perdita della relazione di parentela su cui si era costruita la storia umana. Cosa è rimasto di questo dibattito? Nulla. Si è saputo poi che una clonazione di successo veniva al termine di un numero enorme di tentativi falliti. Dolly è morta invecchiando tristemente con misteriosa velocità. Sono caduti nell’oblìo i pochi scienziati pazzi che dissero di aver clonato in segreto esseri umani. In breve, della clonazione non si parla più.
Eppure qualcosa doveva essere rimasto a livello teorico. Nel libro sopra citato il biologo Henri Atlan spiegava come l’essere riusciti a clonare un essere vivente significava il crollo del paradigma trentennale della genetica molecolare «tutto è nei geni». Si era constatato che il programma di sviluppo non si riduce al genoma ma è fatto di interazioni tra i geni e altri fattori, proteici e di altro tipo, del nucleo e del citoplasma. Del resto, era un fallimento già decretato una decina di anni prima dal Nobel Gerald Edelman. Bene. L’esperimento di Venter è stato commentato da più d’uno, anche da noti scienziati, dicendo che ci si deve mettere bene in testa che il Dna dirige tutto l’organismo, inclusa la costituzione della sua identità, e che chi non l’accetta è un mistico. Ma è morta la riflessione teorica in biologia? Di certo, rincorrere il sensazionalismo e gli slogan non aiuta il razionalismo scientifico, bensì proprio quello spirito mistico-magico che si dice di voler combattere.


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