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Juno d’Italia

(Emanuele Boffi, su www.tempi.it)

JunoQuesta è la storia di un imbroglio a fin di bene. è la storia di Miriam – nome di fantasia –, una ragazza di 25 anni, studentessa universitaria che vive in un paesino della Sicilia, in provincia di Agrigento. Miriam è una ventenne come tante, di famiglia agiata, che conduce le sue giornate come tutti i suoi coetanei: gli amici, un gelato, i libri, il fidanzato. A maggio scopre di essere incinta e di avere un “problema” tra le viscere che nessuno, intorno a lei, vuole affrontare. Il ragazzo si dilegua, dell’impiccio non vuole occuparsene, che c’entra lui? Fare famiglia, cercare casa, scombinare progetti e sogni. «Ha detto che aveva grane sul lavoro – racconta Miriam a Tempi. Mi ha lasciata sola». Sola col bambino e sola davanti ai suoi genitori cui Miriam comunica la notizia. Loro, che se ci fosse stata un’assunzione di responsabilità da parte del padre sarebbero stati anche disposti ad aiutarli, adesso la spingono ad abortire. È il candore del buon senso: sei giovane, hai tutta la vita davanti, lui è un codardo. Come puoi pensare di andare avanti così? Chi ti aiuterà? Cosa mormorerà la gente? La gente è cattiva, figlia mia.


«Ma io volevo tenerlo». Come la protagonista del film Juno, Miriam pensa che quella creatura sconveniente ha già le unghie. Così cerca conforto fuori dalle mura domestiche e si rivolge a un Centro di aiuto alla vita, pensando che quel che le cresce in grembo non è un impiccio, ma un bambino. Soprattutto, è il “suo” bambino. Così, mentre in casa i discorsi ruotano sempre intorno all’ospite indesiderato, all’esigenza di fare in fretta prima che qualcuno se ne accorga, Miriam inizia ad architettare il suo piano e a fingere che sì, in effetti, mica ci si può far rovinare il futuro da quest’imprevisto che le si è annidato in grembo. Acconsente ad abortire e con i genitori si reca ad un ambulatorio dove si sbarazzerà del problema. Si accomoda su un lettino, le infilano una flebo nel braccio, la fanno entrare in una stanza. I genitori stanno fuori, in corridoio, con le braccia conserte. Passa il tempo. Finalmente Miriam esce. Tutto a posto? Tutto a posto. Fatto? Fatto. I genitori tornano a casa sollevati, anche Miriam ritorna a casa, ma non da sola. Il bambino è ancora nella sua pancia, è stata tutta una sceneggiata. I medici erano d’accordo. Nella flebo c’era solo acqua.
«A quel punto, però, non potevo continuare ancora per molto a fingere». La pancia cresce e poi Miriam soffre di nausee, spesso è pallida in volto, è affaticata. «Ho detto ai miei che voleva andare a studiare a Bologna, che avevo bisogno di cambiare aria, che uscire un po’ dal paese mi avrebbe fatto bene». Miriam, invece, va a Niscemi, dove c’è il Centro di accoglienza don Pietro Bonili, gestito dalle suore della Sacra Famiglia. «Quando ho preparato la valigia ho messo solo vestiti per me, i libri, qualche euro. Niente abitini, bavagli, lenzuoline per non insospettire nessuno». Al Centro Miriam si presenta solo con la sua valigia, il suo imbroglio, il suo bambino. è accolta da suor Genoveffa Calì, la responsabile, e da suor Provvidenza Orbetello, la madre superiora. «Mi hanno dato tutto, tutto. Non avevo niente». Miriam trascorre le sue giornate nel Centro, un piccolo paradiso che esiste da oltre un secolo e dove ci si prende cura di bambini indesiderati e mamme selvagge. «Ero a terra, spaventata, con mille pensieri. La compagnia delle religiose e delle volontarie è stata fondamentale». Alla sera – «ogni sera» – Miriam chiama a casa. Pronto, sono io. Come va? Miriam s’inventa una vita non sua, lezioni cui non ha mai partecipato, docenti e assistenti che non ha mai visto, amicizie spensierate con coetanei che non ha mai frequentato. Qui non si sa dire se la madre inizi a insospettirsi, se cominci a capire che quella sua figlia che lei presume lontana la stia imbrogliando. Forse il tono della voce, forse alcuni particolari nella frenesia delle fandonie faticano a tornare. Qualche sospetto fa capolino nella mente dei genitori, ma intanto i mesi passano e Miriam è abile a continuare a raccontare una vita parallela a quella che conduce realmente.
Il 26 gennaio all’ospedale Suor Cecilia Basarocco di Niscemi nasce Gianna – così Miriam ha chiamato la sua bambina in onore di santa Gianna Beretta Molla, di cui è devota – con parto naturale. Non tutto è andato bene. Miriam, poche ore dopo il parto, ha una forte emorragia e l’équipe del dottor Giovanni Di Leo interviene per bloccarla. «Mi sono sentita male altre volte, anche se ora è tutto tranquillo».

Carnagione chiara, capelli corvini
Miriam aspetta tre giorni. Poi manda un messaggio ai genitori: «Mamma, papà, tra maggio e giugno andrò a trovare il Santo Padre. Ma non da sola, con me ci sarà Gianna». A questo punto la storia arriva a un bivio. I genitori di Miriam scelgono di imboccare la strada della riconciliazione. «Sono venuti a trovarmi». La ragazza racconta che davanti a quella bimba dalla carnagione chiara e dai capelli neri corvini, sono nati «due splendidi nonni». Poteva finire male, poteva essere un’altra storia. Invece. «Invece Gianna è qui. E assomiglia a Biancaneve».

Le suore provvedono a tutto: latte, biberon, culla, vestiti. «Gianna ha sette mamme», se la ride Miriam pensando alle religiose e alle volontarie del centro, in cui ancora si trova perché «a casa no, non ci torno». Suor Genoveffa spiega che «Miriam ha vissuto una storia difficile, che ha saputo affrontare con grande coraggio. Sarà sicuramente una brava mamma». Monsignor Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, nota che la storia di Miriam è esemplare perché «è figlia di una scelta eroica, una scelta difficile da fare in un mondo dove vige una cultura abortista». Eppure «esistono tante Miriam che ogni giorno fanno la medesima scelta. Sono casi da seguire con grande discrezione, che pure però accadono, come di recente è successo a due ragazze madri, una di Gela e una di Mazzarino».

Miriam ora, piano piano, sta imparando a «diventare una mamma, a cambiare i pannolini, a svegliarmi la notte». Tornasse indietro, rifarebbe tutto. «Anche se ora ho bisogno di un lavoro e di una sistemazione. Se qualcuno può, mi faccia sapere. Cerco un posto per due, siamo io e Gianna».


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