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Invictus

(Simone Fortunato su www.tempi.it)
EastwoodDoveva chiamarsi Il fattore umano, come il romanzo di Graham Greene. Alla fine si è optato per Invictus, mai domo, mai sconfitto come gli eroi antichi che nemmeno davanti agli dei crudeli e invidiosi piegavano la testa. E Clint Eastwood è uno che la testa non la piega mai. Giunto alla soglia degli ottant’anni, è il più grande regista vivente e anche il più umile, acclamato dalla critica e amato dal pubblico (Gran Torino, il suo ultimo capolavoro ha incassato 270 milioni di dollari in tutto il mondo) ed è anche un uomo che sa mettersi in discussione e prendere in contropiede un po’ tutti. A inizio anni ’70, smessi i panni del cowboy con due espressioni due, ha dato il via a una lunga serie di polizieschi. Era l’ispettore Callaghan e la critica lo prese per un personaggio reazionario di dubbio gusto. Poi la carriera da regista: tanti western, thriller e gialli come gavetta e poi un capolavoro dietro l’altro negli ultimi 20 anni, da Gli spietati a Million Dollar Baby passando per Un mondo perfetto e Mystic River fino a Flags of our fathers, Changeling e Gran Torino.


Nelson Mandela, il protagonista dello splendido Invictus, in uscita in Italia il 12 febbraio, non è diverso da Walt Kowalski di Gran Torino. Diventato presidente del Sudafrica, trova una nazione sfasciata e divisa in due, persino nello sport. I neri che amano il soccer e vivono in povertà e i bianchi che vivono nel lusso e prediligono il gioco nobile del rugby. Senza troppi discorsi e facendo valere solo il suo carico di dolore e sacrificio, il presidente riuscirà nell’impresa di riunire intorno a sé un popolo ferito. One team, one country. Una squadra, una nazione. Una squadra imbattibile, il Sudafrica che vincerà la Coppa del Mondo contro ogni pronostico nel 1995. Il film di Eastwood segue passo dopo passo i primi anni di presidenza di Mandela, non certo un eroe senza macchia ma davvero innamorato del suo popolo. Uno di poche parole ma molti fatti. Uno che si circonda di guardie del corpo bianche e nere non per un’immagine ma per la sostanza. Perché la sua vita letteralmente possa dipendere da una nazione bianca e nera. L’uomo della riconciliazione e del perdono. Quando le sue assistenti gli chiederanno se tutta questo interesse per il rugby non nasca da un calcolo politico, risponderà che si tratta piuttosto di un calcolo umano. Mandela non si riempie la bocca di una retorica all’insegna della tolleranza o dei buoni propositi, ma invita il capitano del Sudafrica Jacobus François Pienaar a bere un tè. Regala al giovane il poema che gli ha fatto compagnia nei lunghi anni di prigionia accompagnandolo con un consiglio: pensa in grande, riscatta le sofferenze del popolo con una vittoria. «Resistere, resistere. Questo è il nostro destino», inciterà il capitano in uno dei momenti più cruenti della partita. Un grande film narrato attraverso uno stile secco e sobrio che regala un paio di sequenze memorabili: quella in cui Pienaar e compagni visitano la cella di prigionia di Mandela e la preghiera finale di ringraziamento della squadra dopo la vittoria, per la prima volta pronunciata dall’unico nero della squadra. Grazie, Signore, per averci fatto vincere e per essere rimasti illesi. Grazie per averci regalato qualcosa di grande.


1 Commenti! Aggiungi il tuo ↓

  1. stefanca #
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    Avevo già deciso di andarlo a vedere, ma dopo aver letto questa accorata recensione dico che non posso proprio perdere un film del genere.



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