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Il caso Mondadori riassume la guerra contro Berlusconi

O. Giannino (da www.ilsussidiario.net) La sentenza del giudice unico di Milano che condanna

berlusconiFininvest a riconoscere 750 milioni di euro alla Cir di Carlo De Benedetti è una lama puntata al cuore di Silvio Berlusconi. È stata depositata il giorno della manifestazione romana organizzata da Repubblica. Nel pieno di un’offensiva che vede banche e poteri editoriali avversi al premier serrare le fila dopo mesi di attacco crescente. Nonché larga parte della magistratura in forte pressione sulla Corte costituzionale, affinché pochi giorni dopo sul lodo Alfano cadesse l’improcedibilità nei confronti del premier. Ma, naturalmente, queste sono opinioni di contesto, rispetto alle quali mi si potrebbe legittimamente far osservare che lasciano il tempo che trovano, perché al giudice spetta applicare la legge senza por mente al contesto economico e politico in cui la sua pronunzia viene a cadere. Così dovrebbe essere, infatti. Da molti anni sappiamo benissimo che in Italia così non è, per parecchi appartenenti alla magistratura convinti che la funzione del pm e del giudice sia anche quella di “supplire” alle storture di una politica considerata in Berlusconi tout court espressione di illegalità. Bene, parliamo allora della sentenza. Essa a mio modo di vedere conferma, in linea di diritto – lasciando per ora da parte la giurisprudenza collegabile alle motivazioni – l’accanimento che vaste aree della magistratura milanese da 15 ani dispiegano nei confronti di Berlusconi. Non c’è solo la singolarità di questo danno riconosciuto alla Cir per “perdita di chance”, fattispecie applicabile quando si viene scartati illecitamente da una gara, ed è precisamente quantificabile la perdita subìta per tale decisione. Il punto è che chiamare la Fininvest a risarcire la Cir per un giudizio gravato da difetto d’imparzialità appare un duplice azzardo giuridico. In primis, il dovere di offrire un giudizio imparziale verso le parti di un procedimento, attori e convenuti, grava sulle spalle dello Stato. Se un giudice – nella fattispecie l’ex giudice Vittorio Metta, estensore della sentenza assunta non solitariamente ma in collegio con Arnaldo Valente e Giovani Paolini della prima sezione civile della Corte d’Appello di Roma, sentenza che il 24 gennaio 1991 ribaltò a favore di Berlusconi il controllo di Mondadori che il 21 giugno 1990 era stato invece per lodo arbitrale attribuito a Carlo De Benedetti – è corrotto, è lo Stato come garante dell’imparzialità del giudizio costituzionalmente dovuta, che deve rispondere delle conseguenze. Senonché nessuna sentenza è mai stata pronunciata che abbia riconosciuto come ingiusta quella decisione assunta dalla Corte d’Appello di Roma. Il merito di una sentenza che scotta L’azione civile intentata nel 2007 dalla Cir ha fatto seguito alla conferma in Cassazione della condanna per corruzione in atti giudiziari emessa nei confronti dell’avvocato Previti, Acampora e Pacifico, e appunto dell’ex giudice Metta. Una condanna enormemente meno grave di quella emessa a Milano in primo grado, quando a Metta erano stati affibbiati 13 anni e a Previti 11, che diventeranno invece 1 anno e 9 mesi e 1 anno e 6 mesi. Faccio presente non solo che nel processo di Appello, nel 2005, Metta e Previti e gli altri avvocati del suo studio erano stati assolti. Ma che, soprattutto, Silvio Berlusconi dal procedimento era uscito molti anni prima, il 19 giugno 2000, quando il Gup di Milano Rosario Lupo lo prosciolse dall’accusa di concorso in corruzione, assolvendo oltre a lui anche Previti, Metta e gli altri «perché il fatto non sussiste». La Procura di Milano impugnò la decisione, ma anche la Corte d’Appello, la quinta sezione penale di Milano, il 25 giugno 2001 confermò il proscioglimeno per Berlusconi, per avvenuta prescrizione dell’ipotesi di reato. Per gli altri imputati fu invece deciso il rinvio a giudizio. E la Procura di Milano a quel punto, sfuggitogli Berlusconi di mano e di fronte all’esiguità dell’ipotesi probatoria, si risolse a unificare la questione Lodo Mondadori con quella Imi-Sir. Dunque, punto numero uno: nessuna sentenza ha respinto il merito di quella scritta da Metta e condivisa con altri due giudici, in merito al fatto che il controllo di Mondadori spettasse alla Fininvest, perché i patti avversi sottoscritti da De Benedetti e dagli eredi Formenton erano da considerarsi nulli. Punto numero due: nessuna sentenza è mai stata emessa sulla colpevolezza di Berlusconi e della sua Fininvest, in merito al Lodo Mondadori. Punto numero tre: l’unica sentenza a far testo, per il giudice di Milano oggi, è quella in cui si collegano movimenti di denaro di conti esteri riconducibili a Fininvest con dazioni di denaro contante al giudice Metta, un anno e mezzo dopo la sentenza che quegli scrisse favorevole alla Fininvest, dazioni che vengono da membri dello studio Previti e mai in nessun caso dalla Fininvest, e che nulla di concreto e comprovato riconducono alla decisione assunta tanto tempo prima. Lo Stato dovrebbe risarcire Cir Ma, in ogni caso, anche secondo questo punto tre è magari lo Stato, che deve eventualmente rifondere De Benedetti, non la Fininvest mai condannata al termine di un processo per aver corrotto nella vicenda Mondadori. Spero di essermi spiegato con sufficiente chiarezza, poiché le vicende processuali di questa ventennale guerra tra Silvio e Carlo sono infinite, tecnicamente complesse, e spaccano in due l’intero mondo della dottrina italiana. Restano almeno tre punti da commentare. Il primo è che Berlusconi è stato mal consigliato dai suoi legali, nel tempo succedutisi nel mandato a difesa sua e del suo gruppo. Una volta usciti penalmente dal procedimento, era obbligatorio pensare anche a una composizione civile con l’ingegner De Benedetti, che come è noto non molla mai. Qualcuno mi dice anche che in realtà una composizione riservata è stata tentata, e che De Benedetti chiedesse cifre comunque astronomiche. Il secondo è che, stabilendo in 750 milioni l’ammontare del dovuto, il giudice ha sparato per uccidere. Quand’anche la Corte d’Appello accogliesse la scontata richiesta di sospensiva che i legali Fininvest presenteranno ricorrendo in Appello, l’obbligo di iscrizione a bilancio delle relative garanzie d’accantonamento per Fininvest peserà moltissimo su rating e oneri delle quotate controllate, Mediaset e appunto Mondadori. Senza contare che si tratta di una cifra pari quasi all’intera quotazione attuale di Mondadori, ed eguale alla capitalizzazione del gruppo Repubblica-Espresso. Il terzo è che la strategia non è mai cambiata. Eliminare Berlusconi giudizialmente, tutte le volte che ha rivinto un’elezione e governa. Questa volta l’offensiva mira a levargli addirittura le sue aziende, mentre alla caduta del Lodo Alfano si annuncia un crepitìo di nuovi fascicoli penali, al fine di rendere la sua permanenza in carica sempre più in forse. A Berlusconi riflettere, se oltre alle armi offerte dal diritto per sovvertire decisioni a lui tanto avverse, non si debba anche far ricorso a una politica diversa, da quella dei mazzieri che ha messo in campo.


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