(on. Maurizio Lupi)
L’elogio del posto fisso e del modello europeo di welfare rilanciato da Giulio Tremonti può stupire solo chi non conosce, o finge di non conoscere il Popolo della Libertà, dove si dibatte e si discute, e ci si esprime in libertà secondo la ragione fondante del movimento. Ma soprattutto si discute di questioni di grande attualità ed interesse, dovremmo dire del bene comune. La sinistra si dilania sui posti di potere, da noi si parla del ruolo delle banche, del credito alle aziende ed ai privati, di modelli economici, ed ora di quale modello di lavoro sia più adatto alla società e alla famiglia. Soprattutto ai giovani, per i quali, afferma il governo, “il posto fisso è l’obiettivo, mentre il lavoro è un’aspirazione immediata”. Questo conferma la trasversalità e la pluralità del Pdl, un movimento politico e di governo che intende rivolgersi a tutti gli strati sociali ed a tutte le categorie; un movimento interclassista dove non esistono verità precostituite. Esattamente ciò che Berlusconi aveva annunciato ad aprile scorso, alla nascita del Popolo della Libertà.
Nel merito, l’elogio del posto fisso non smentisce le riforme del mercato del lavoro che da oltre dieci anni si susseguono in Italia. Non dimentichiamo che le prime forme di flessibilità vennero introdotte da Tiziano Treu, sotto il governo Prodi. Il fatto è che flessibilità e mobilità sono spesso state intese da certe aziende come precarietà a vita; nonostante i sussidi messi a disposizione proprio da questo governo e le tutele che ancora questo governo ha esteso ai precari. Le ultime misure per i lavoratori a tempo determinato sono quelle del ministro del Welfare Maurizio Sacconi, all’insegna della flexsecurity.
• Tremonti – seguendo la logica dell’economia sociale di mercato, che è esattamente la ricetta del Pdl – ha teorizzato che un posto fisso fa meglio alla società e alla famiglia di un posto a tempo determinato.
• Che la mobilità perenne non può essere un valore in una società come la nostra.
• Lavoro, famiglia, stabilità, coesione sociale sono i valori fondanti del governo, del Popolo della libertà e del centrodestra.
• E’ lecito parlarne, è lecito discuterne. Solo chi è abituato alle logiche da vecchio partito in stile da centralismo democratico può meravigliarsi e scandalizzarsene. Solo la sinistra di oggi può restarne spiazzata, come è accaduto.
Il paradosso è infatti questo. Gli argomenti che un tempo erano i cavalli di battaglia della sinistra riformista sono oggi discussi e tradotti in atti di governo dai moderati, dal Pdl, dal governo di centrodestra.
L’elenco è lunghissimo.
E’ accaduto per l’Ici, per l’Alitalia, per la ricostruzione dell’Abruzzo, per il piano casa, per il rilancio delle grandi opere, per i contratti di lavoro, per la meritocrazia nella scuola e nella pubblica amministrazione, per i mutui, per i risparmi. Soprattutto, è accaduto per la tutela dei più deboli di fronte alla crisi economica. Che cosa aveva detto Berlusconi alla Fiera di Roma? “Non lasceremo indietro nessuno”. Bene, è esattamente ciò che sta accadendo.
Mentre la sinistra va a cercare la sua legittimazione nei salotti dei poteri forti, a cominciare da quello di Carlo De Benedetti, i moderati pensano concretamente alla gente ed ai lavoratori. Ciò che resta del Pd appare spiazzato: affida le sue incerte risposte ad industriali come Massimo Calearo, l’ex falco della Federmeccanica, che non trova di meglio che dire “tutta demagogia”. Oppure a Guglielmo Epifani, il segretario della Cgil che non firma mai i contratti e che stavolta afferma testualmente: “Sarebbe interessante chiedere alla Confindustria”. E perché alla Confindustria? Il Pd non ha un’opinione in proposito? Dai Bersani, dai Franceschini, dai Marino, solo silenzio. Dov’è finita la sinistra? Dov’è quel partito che doveva essere democratico e riformista, dalla parte dei più deboli? Disperso nelle guerre di potere.
Come sempre, noi siamo il governo di tutti. Loro, la sinistra delle élite e delle comparsate televisive.

