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Corsi di sentimento

(Giorgio Israel su www.tempi.it)

corso di sentimentoÈ difficile trovare oggi qualcuno che si dichiari apertamente seguace delle teorie della pedagogista sovietica Aleksandra Kollontai e della sua pretesa di fabbricare l’uomo nuovo attraverso gli asili di Stato in cui educare collettivisticamente i bambini sottratti alle famiglie. Persino nei più blandi kibbutzim la socializzazione dei bambini è ormai sparita e nelle mense si paga in denaro. Ma non ci si illuda, la gramigna rispunta dove meno te l’aspetti e, nell’era del postcomunismo, le teorie alla Kollontai possono riemergere sotto una forma libertaria e persino liberista che si presenta con una maschera candida e innocente. Il peggio è che c’è chi identifica perfettamente la gramigna a distanza e non vede quella che gli cresce sotto i piedi. Fuor di metafora, siamo tutti bravi a riconoscere e denunciare nello zapaterismo il collettivismo comunisteggiante di ritorno: educazione di Stato per creare il cittadino nuovo (“educación para la ciudadanía”), tutte le discipline scolastiche messe in funzione dell’educazione sociale – persino la matematica diventa “matematica del cittadino”, ovvero la materia delle “decisioni sociali” –, l’etica e la morale si insegnano a scuola, niente più ruolo della famiglia, ridotta a una mera aggregazione di persone che decidono temporaneamente di vivere insieme. E siamo in tanti pronti ad applaudire quando gli spagnoli scendono in piazza in difesa della famiglia tradizionale bistrattata ed espropriata di tutto e contro uno statalismo che si ammanta di buonismo e di solidarismo.

Poi, però, troppi di coloro che vedono bene la gramigna lontana non si accorgono di averla nel proprio giardino e persino di coltivarla, assorbendo, in totale assenza di senso critico, proprio quelle visioni che deplorano come distruttive. Penso ai corsi di “affettività”. Non mi importa se si riducano a corsi di sessualità o a corsi di affettività in senso ampio: i secondi sono peggiori dei primi. Perché, se nelle questioni sessuali esistono aspetti, diciamo, “tecnici” su cui si possono trasmettere informazioni oggettive, pretendere di insegnare l’affettività in senso ampio non è soltanto una cialtronata, ma è un classico esempio di espropriazione di una funzione fondamentale della famiglia per affidarla all’educazione collettiva. È una cialtronata perché, mentre la fisica o la grammatica sono discipline dotate di princìpi o leggi oggettive e che possono essere insegnate sulla base di una conoscenza verificabile, l’affettività non è una “materia” basata su leggi, e non lo sarà mai. Un professore di affettività è un prevaricatore potenziale in quanto si sovrappone alla sensibilità altrui sulla base di una competenza inesistente e del tutto arbitraria. E soprattutto è “il” prevaricatore di Stato della famiglia designato proprio a espropriarla del suo ruolo primario.

Ora veniamo a sapere che due deputate del Pdl, Giulia Cosenza e Flavia Perina, hanno depositato un progetto di legge per introdurre l’“educazione emotivo-sentimentale”. Si parla addirittura di «insegnare le emozioni a scuola». Sarebbe interessante sapere come sarà strutturato il corso di laurea magistrale in educazione emotivo-sentimentale e chi avrà l’autorità – e sulla base di quali princìpi oggettivi – per selezionarne i laureati e garantire che gli insegnanti non interferiscano con l’educazione familiare e, in fin dei conti, non siano dei disturbati sul piano emotivo-sentimentale. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Ci permettiamo di suggerire caldamente alle parlamentari di ripensarci e di fare la saggia scelta di rinunciare al loro triste progetto.


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