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Al PDL serve Rete Italia

(Oscar Giannino su Tempi)

pdlLe regionali sono andate diversamente da come la maggior parte dei media si aspettava. Berlusconi è riuscito ancora una volta a fare personalmente la differenza, nell’ultima settimana, nelle due regioni che con la vittoria al centrodestra hanno dato il segno a tutte le consultazioni, il Piemonte e il Lazio dove il centrodestra ha vinto per un’incollatura. Nel Nord la Lega ha trionfato come da aspettative, ma il sorpasso sul Pdl è avvenuto – clamorosamente – nel solo Veneto, mentre in Lombardia e Piemonte la pur vigorosissima crescita ha visto il Pdl tenere comunque meglio di come molti si aspettassero. Al Sud, in Campania il candidato scelto da Berlusconi ad onta della pretesa sua debolezza personale ha posto fine, con un successo clamoroso, a 16 anni e mezzo di governo bassoliniano, mentre in Calabria il successo del sindaco di Reggio è stato nelle proporzioni di due a uno. In sintesi: il referendum personale su Silvio è stato vinto ancora una volta malgrado la caduta del lodo Alfano, il caso Mills, il caso Bertolaso, quello Di Girolamo, le intercettazioni di Trani, l’oscuramento dei talk tv alla Rai e la notte bolognese del martire Santoro. La via giustizialista alla deberlusconizzazione torna per l’ennesima volta come un boomerang sulla testa di una sinistra che non è riuscita a impedirsi di seguire Republica e il Fatto che gliela dettano per fare il loro mestiere, cioè vender copie.

Il risultato è che il Pd si trova con un esito deludente, una leadership fresca fresca e già azzoppata, e l’aporìa di alleanze talvolta con l’Udc ma non vincenti come in Piemonte, talaltra vincenti ma al traino di leadership subìte per sconfitta alle primarie come nel caso di Vendola, e in ogni caso con Di Pietro alleato che non sfonda mentre Grillo ha campo libero e successi di consenso restando fuori da ogni alleanza. Per Berlusconi rafforzato personalmente malgrado ogni critica, Tremonti rinvigorito più che mai dalla forza della Lega, e naturalmente per Bossi, si apre un triennio nel quale potranno dettare l’agenda di governo senza troppi intoppi, se riusciranno a evitare nuovi tsunami economici internazionali (l’eurocrisi non è per nulla finita), e se soprattutto resteranno coesi tra loro, cosa che per altro hanno fatto sotto attacchi pesanti e mentre i sondaggi non arridevano, dunque non si capisce perché dovrebbero mutare strada proprio ora che hanno vinto.

Partito e orgoglio cattolico
Detto tutto questo, scusate ma le elezioni a mio avviso consegnano anche un altro elemento di riflessione. Diciamo pure che esso non riguarda tutti gli elettori e la governabilità del paese, o le riforme che in tale quadro sarà auspicabile e possibile realizzare, quella istituzionale e quella federalista. Riguarda invece il Pdl, il centrodestra per intero, la sua articolazione interna, il senso stesso della sua esistenza, le concrete forme organizzative e di radicamento che esso presenta nel paese. Del ruolo personale di Berlusconi e del successo leghista, ho già detto. Dei quello esercitato dai seguaci del presidente Fini non voglio dire, perché temo che l’aspettativa d’insuccesso per il centrodestra che covava in ambienti assai estesi del paese – e mediaticamente prevalenti – abbia forzato la mano ad alcuni epigoni del presidente della Camera, contribuendo a una conflittualità che non è giovata a Gianfranco Fini, e che credo verrà di molto attenuata per effetto del risultato. Non significa affatto credere che Fini non possa e non debba alimentare un’idea diversa del centrodestra e di alcuni temi identitari, dall’immigrazione alla cittadinanza ai toni da tenere nelle questioni istituzionali. Significa invece che mi aspetto cessino quegli occhieggiamenti al “terzaforzismo” Casini-Montezemolo che non sono mancati, nella fase più aspra della campagna elettorale. Fini proseguirà senz’altro nella sua azione di stimolo e critica. Ma resta il fatto che nel Pdl come esce ridisegnato dalla regionali, alla sua vera prima prova elettorale, la componente finiana dovrà riscrivere ora i suoi obiettivi fondamentali, e le sue strategie di comunicazione. Quel che si è reso evidente, è che la struttura di emanazione personale delle responsabilità locali e territoriali, attraverso il filtro dei tre coordinatori nazionali del Pdl, non ha retto alla prova del fuoco. Alla fine, nel più delle regioni, i candidati pdl li ha scelti Berlusconi personalmente, e quando non gli si è dato retta è finita come in Puglia. E si stenterebbe parecchio, nel risultato elettorale pdl di regioni come il Veneto o la Campania, a ritrovare forti radicamenti di quell’anima sedicente “laica” che per lungo tempo si voleva distinta se non contrapposta a quella “cattolica”.

Fermare le correnti
A tutto questo c’è però un’eccezione, e non da poco. La Lombardia. La Lombardia di Roberto Formigoni. La Lombardia nella quale anche in termini di eletti con le migliori preferenze, nel Pdl, la componente del movimento di cui Formigoni è espressione ha prodotto tangibilmente i migliori risultati. Mi era capitato di scriverlo prima del voto, lo ripeto a maggior ragione ora. Sono personalmente persuaso che, nella parabola pdl e a maggior ragione a fronte di un risultato che restituisce tre anni pieni di agibilità al governo, il momento giusto di dare visibilità, radicamento e coordinamento nazionale alla componente che si ispira al movimento sia oggi. Non credo affatto che la decisione e l’iniziativa possano prestarsi all’obiezione, che sarebbe giusta oltre che scontata, di non aver compreso la lezione recente degli epigoni finiani, e dei cattivi risultati ai quali ha portato l’eccesso di un neo affiorare di correnti quando il partito nuovo del centrodestra era appena nato e alla sua prima prova. Credo invece che proprio le recenti esperienze rappresentino la miglior lezione possibile, dai cui difetti guardarsi, per muovere i passi invece più giusti.

Penso anche che la sfida della concreta traduzione del federalismo fiscale e istituzionale in riforma operante, chiami a questa sfida il movimento. Nel Nord la Lega è forte e per meriti propri. Ma l’esperienza rappresentata dal più avanzato buongoverno amministrativo, nella sanità come nell’istruzione come in tutto il sistema dei servizi e dell’idea stessa di sviluppo basati sulla sussidiarietà, è stata sinora indubitabilmente quella della Lombardia di Formigoni. Non si tratta di lanciare sfide personali per il dopo Berlusconi.

Non è uno schiaffo al Cavaliere

Si tratta di declinare in chiave nazionale le peculiarità di una rappresentanza politica solidissimamente leale al Pdl e alle sue alleanze, ma esplicita nel rivendicare ragioni e risultati di un cattolicesimo sussidiarista che si estende ormai a tutta una serie di componenti decisive per lo sviluppo del paese. Dal mondo delle banche cooperative protagoniste della banca del Sud a quello delle cooperative bianche impegnate nel superamento rispetto a quelle rosse delle vecchie matrici parapolitiche, dal terzo settore al no profit passando per l’universo dei servizi privati alla persona che rappresentano, insieme all’offerta scolastica e formativa privata integrata nel sistema pubblico, la nuova frontiera del capitale umano e sociale di un paese che deve attingere dentro di sé e fuori dal bilancio pubblico, le migliori energie e volontà al servizio della cultura del fare. Io credo che Formigoni, Lupi e tanti altri debbano porsi questo problema oggi, senza più rinviare. Una grande Rete Italia di uomini e donne di buona volontà, che parlano la lingua concreta di risultati concreti e che non hanno paura di testimoniare la propria fede, senza per questo rinunciare all’autonomia della politica ma, al contrario, ancorandola a un orizzonte di valori che non costituiscono fondamento né di una leadership personale come Berlusconi né di una territoriale come quella leghista, ma di una leadership personalista perché basata sul primato della persona rispetto allo Stato, del diritto naturale rispetto a quello positivo, della libertà di chi crede alla vita rispetto a chi dubita dei suoi presupposti e del suo scopo. Dalla Lombardia alla Sicilia, il momento perché questa Rete Italia non abbia più timore di giocare in prima persona mi sembra venuto. E mi auguro che se ne possa discutere il più possibile concretamente.


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